SE ALMENO CELENTANO NON AVESSE AVUTO LE MUTANDINE
Non mi interessa proprio nulla della condivisibilità o meno dei discorsi fatti da Celentano a Sanremo. Le minacce rivolte ai giornali, alla loro indipendenza sono cose da fascisti, o cose da stupidi, e di Celentano tutto si può dire eccetto che sia un personaggio fascistizzato.
La cosa che proprio non tollero è un’altra, ovvero il fatto che Celentano sia inspiegabilmente e silenziosamente assurto al ruolo di grande pensatore del nostro tempo, e senza che nessuno l’abbia proclamato tale. Non sopporto il fatto che sia riuscito a catalizzare tutta l’attenzione, dei media e del pubblico, nel bene e nel male, su se stesso.
Perché…..Parliamoci chiaro, la verità che è emersa dai due monologhi sul palco di Sanremo è una sola: Celentano non è un luminare, non è un ribelle, non è un rivoluzionario e non è un provocatore.
Celentano è ormai un personaggio anziano e stanco, che nell’ultima parte della sua carriera televisiva si é ritrovato ad essere sopravvalutato. E il tutto a causa della contorta e inspiegabile mentalità di esaltazione dei media: la quale ti porta in cielo, per poi farti sprofondare sotto terra, quando meno te l’aspetti.
Degli sproloqui fatti sul palco dell’Ariston non si è capito nulla, ma proprio nulla.
Dove voleva arrivare il Molleggiato?…..Avvenire e Famiglia Cristiana dovrebbero essere chiusi perchè si sono allontananati da Dio e Aldo Grasso è un deficiente??….”Ma di cosa stiamo parlando?? ”
Perchè nessuno ha detto che in realtà i discorsi di Celentano erano senza capo né coda, praticamente senza senso?….
Io, sprofondato nel mio divano, con gli occhi sbarrati e le orecchie incredule ho addirittura avuto l’impressione che le parole pronunciate sul palco dell’Ariston procedessero per inerzia: una parola tirava l’altra secondo un semplicistico criterio logico, di una logica banale ed assurda, grossolana. Tutto sembrava frutto dell’improvvisazione delirante del momento.
Se la Fornero si è sentita offesa dalla presenza di Belen (o meglio dall’assenza delle mutande sotto il suo vestito), io mi ritengo tremendamente offeso dalla presenza di Celentano (o meglio dalla mancanza di idee sotto il suo discorso).
Ecco. Le idee del Molleggiato sono come le mutande di Belen: se c’erano non si sono viste, o si sono viste molto poco.
A ben guardare c’è solo una differenza tra le intenzioni dei due mattatori di Sanremo 2012: Belen vuole illuderci di non avere le mutande ma probabilmente ce le ha. Celentano vuole illuderci di avere delle idee ma probabilmente non ce le ha. Peccato. Il contrario sarebbe stato molto meglio per tutti, ministro Fornero escluso.
Per dirla con i suoi stessi termini: altro che rock, Celentano é stato estremamente lento… lentissimo.
Se almeno anche lui non avesse avuto le mutandine…….almeno quello
“nella lotta alle mafie ci capiti per caso e per destino”, tre domande a Giulio Cavalli
1)Funziona forse tutto al contrario sig. Cavalli? Lei nel suo teatro ha iniziato a parlare della mafia. Ad accorgersi per primo di questo fatto non è il ceto intellettuale del nostro paese (questo si che non sente, non vede e non parla). Ad accorgersene per prima è paradossalmente la mafia stessa, sono i figli di quei mafiosi che, come dice lei, non azzeccano un congiuntivo nemmeno per sbaglio. Se ne accorgono e la minacciano, così la minaccia diventa la prima vera pubblicità della sua opera e, solo a questo punto, inizieranno a venire a vederla a teatro anche i nostri intellettuali. E les jeux sont faits…….
Effettivamente sembra che le mafie abbiano una sensibilità che le antimafie non hanno. Per questo abbiamo ritenuto importante ritirare da subito lo spettacolo “contestato” per evitare un perverso gioco di vouyerismo. Bisognava subito spazzare il campo da eventuali occasioni di lucro. Ma è importante ricordare sempre che chi ti minaccia sa benissimo che la prima cosa che si accende è il sospetto che spesso diventa isolamento.
2)Una frangia di pubblico sarà sempre contraria ai personaggi come lei.
Saviano dice che la colpa di “quelli come voi” è di essere ancora vivi. “Quelli come voi”, agendo, metterebbero in crisi l’intera comunità circostante, che riconoscendovi dei meriti verrebbe a sentirsi in difetto, “sporca” per non aver fatto altrettanto.
Ma, riflettendo, non potrebbe essere forse la popolarità che avete acquisito a non esservi perdonata?
Dopotutto la nostra società ha una concezione profondamente distorta della popolarità mediatica, la quale appare avvolta da uno scintillìo di privilegi, da un luccichìo di vizi… Così, chi raggiunge la popolarità ha per forza in sé qualcosa di poco etico, qualcosa di immorale.
E se c’è una popolarità che la gente non accetterà mai è la vostra. Voi che facendovi patrocinatori di una battaglia tutta etica con il sogno di dare il vostro contributo per un mondo migliore, ora, avete accesso alle comodità del mondo dei vizi.
“Quelli come voi”, forse, non sono incolpati di essere vivi, e non mettono a disagio la comunità. “Quelli come voi”, agli occhi della gente, sono artefici di un tremendo paradosso: lottando per un mondo migliore si lasciano lusingare dai lussi del mondo peggiore.
Non credo che la nostra colpa sia quella di essere vivi. Su questo non sono d’accordo con Saviano. Piuttosto la colpa può essere la tentazione di raccontarsi piuttosto che raccontare e allora certo si cade in un’autocelebrazione che credo interessi poco (se non ai fans, ma le mafie non sono temi da isterie celebrative, sono punti di democrazia e Costituzione). Poi, certo, credo che un Paese in cui la richiesta di legalità e normalità porti ad essere un’eccezione, sia un Paese che debba interrogarsi. Non è la media del coraggio o dell’onestà a definire i limiti consentiti. Certo questa storia di minacce e scorte è un vizio tutto italiano e di questi ultimi anni, che assomiglia per alcuni meccanismi alla banalità del Grande Fratello dell’antimafia. In Italia ci sono quasi ottocento persone sotto scorta, mica solo quelli che finiscono sotto i riflettori. E tra l’altro siamo la nazione che dimentica spesso i testimoni di giustizia (coloro che hanno semplicemente avuto la sfortuna di essere testimoni di un reato e hanno avuto l’onestà intellettuale di denunciarlo) che per sopravvivere devono sparire piuttosto che finire sulle luci della ribalta. Sulle invidie credo che siano ingredienti della parte peggiore della natura umana e mi interessa poco spenderci del tempo.
3)Sig. Cavalli: teatro, televisione, giornali….ora anche la politica. E la ‘ndrangheta è sempre il tema principale, forse unico. E allo stesso modo la camorra monopolizza le argomentazioni di Saviano. Sembra che il contatto, quello vero, diretto, con la criminalità segni un punto di non ritorno. La mafia diviene argomento radicale della vostra vita, non c’è più spazio per altro. E’ come se vi fosse stata affidata una missione. é come se arrivare a conoscere davvero la mafia sia un pò come arrivae a conoscere davvero Dio
Diceva Falcone che nella lotta alle mafie ci capiti per caso e per destino. In realtà non credo di occuparmi solo di mafie (basta seguirmi non solo sulle riviste patinate). Lavoriamo per la libertà e per la democrazia. E le mafie sono tra i nemici più pericolosi.
CELAVEVODURISMO
Iniziamo dalle origini. “Celodurismo” è un neologismo diffusosi a partire dagli anni ’90 (oggi menzionato anche da diversi dizionari della lingua italiana); questo termine ha avuto una diffusione che più che “a macchia d’olio”, è avvenuta grazie ad un’incredibile forza d’impatto. Per la prima volta nel linguaggio della politica assistiamo ad una piccola ma sostanziale esplosione di volgarità.
La misuratezza impettita della prima repubblica si scandalizza: è nata la Lega. E’ da subito evidente che Bossi è un politico nuovo; lo è prima di tutto nel vestirsi, nel modo di porsi e poi nel modo di parlare (già solo il suo vocione stride se messo a confronto con le parlate fluenti dei colleghi).
Ad un nuovo stile corrisponde allora una nuova mentalità, basata su un concettualismo semplice ma assolutamente concreto: distanziarsi dalle istituzioni tradizionali per non perdere di vista quello che è il vero referente della nuova politica: il popolo.
In oppsizione a tutti i precedenti politici, gli uomini della Lega Nord non dovranno caratterizzarsi per il loro sofisticato e contorto intellettualismo (questo è per gente con le mani sporche): i leghisti dovranno caratterizzarsi per una rinnovata integrità morale, che si rifletta a sua volta in un’integrità fisica primordiale, spontanea ed incontrollabile. I leghisti ce l’anno duro.
E’ questo il concetto che sbandiera Umberto Bossi: al contrario dei vecchi palle mosce, i leghisti sono pronipoti dei barbari, in loro domina ancora il gene della ribellione e della fisicità prorompente, e bruta. I palle mosce non sanno nemmeno più scopare (hanno bisogno dell’aiuto della pillolina blu), come potrebbero governare? per governare bisogna, prima di tutto, avere il cazzo duro….sempre.
Ecco dunque una panoramica sul termine “celodurismo”, ormai parte integrante del nostro lessico. Detto questo, la lingua è un corpo in continua evoluzione ed espansione. Le parole nascono e muoiono, a volte perdono la loro ragione d’essere o la variano, insomma la lingua è viva.
Per questo io mi chiedo: qual’è ad oggi la condizione del termine “celodurismo”? Vive di vita propria. Il fortunato connubio con l’ambiente della lega oggi non ha più senso alcuno e così il celodurismo è alla ricerca di nuove caratterizzazioni semantiche, di nuovi oggetti da connotare. Trovando soluzioni interessanti soprattutto nell’ambito dell’erotismo e della pornografia (ambiti nei quali, tuttavia, ebbe probabilmente la sua prima coniazione).
Tutto questo per il semplice fatto che gli esponenti della Lega non ce l’hanno più duro, ed insieme al rigore fisico è andato abbassandosi quello morale. La lega ha sede stabile a Roma, preferendo la puzza della naftalina al profumo del letame che concima i prati del Nord. Uno dei suoi uomini di maggiore spicco porta abitualmente degli occhiali in stile Dolce e Gabbana e si firma “il bararo sognante”, appellativo che sembra tratto da una delle trovate più romantiche e strappalacrime di Federico Moccia.
Il trace Umberto Bossi appare intenerito dalle dolci attenzioni verso il figlio che cerca disperatamente di far piazzare su qualche poltroncina… Biascica parole distorte, che più che arringhe di battaglia sembrano le omelie degli ultimi anni del vecchio papa…. santo uomo.
Probabilmente oggi al Senatur non gli tirerebbe nemmeno se si trovasse di fronte la Minetti in biancheria intima (sono questi gli effetti dopo quasi 20 anni di vicinanza a Rosi Bindi).
Il senatur ce l’aveva duro, oggi non più. Niente di grave, certo, è la vita che passa, è la vita che evolve. Si…. ma con l’evolvere della vita evolve anche la lingua. Ecco perchè mi assumo l’onere e l’onore di coniare un neologismo del quale, mi pare, si senta assoluta necessità: celavevodurismo.
La nave Discordia, al cinema
Si sta già progettando un film sulla vicenda della nave Concordia, un moderno Titanic. Gli sceneggiatori si stanno adoperando al fine di ingaggiare interpreti adatti, gli attori saranno individuati tra i migliori, un cast di veri big per rendere l’evento cinematografico davvero indimenticabile. Le indiscrezioni si moltiplicano: ad interpretare il comandate Schettino sarà forse Silvio Orlando, ma crescono le quotazioni di Gigi Proietti e Giulio Scarpati. Tra i volti dell’equipaggio dovrebbero comparire quelli di Raul Bova, Stefano Accorsi e Paola Cortellesi.
Il colpo di scena è dovuto alla scelta, già confermata e ufficializzata, relativa all’interprete del capitano De Falco: sarà lo stesso De Falco, il quale ha dato prova di un’eccezionale e spontanea capacità recitativa. Nessun altro attore potrebbe dare una migliore interpretazione cinematografica della celebre telefonata con Schettino. “Un innato dono teatrale”, così ha commentato il regista, e ancora: “una padronanza dei tempi e dei toni drammatici degni di un film del grande Luchino Visconti …l’apporto di De Falco sarà fondamentale per la buona riuscita del film. Durante la rassegna stampa di presentazione il regista si è poi soffermato su altri aspetti, ha voluto sottolineare come sarà necessario un lavoro di rielaborazione delle diverse testimonianze. Rielaborazione che si atterrà al verosimile e in alcuni casi potrà cedere alla poesia cinematografica, ad un inevitabile attenzione per i particolari.
“Alcuni frangenti del film saranno espedienti di fantasia, ma pur sempre fondati e costruiti su testimonianze reali. Non vogliamo che si pensi ad una mancanza di rispetto nei confronti delle vittime della tragedia. Intendiamo solo raccontare l’evento con il linguaggio del cinema”, così il regista puntualizza, anticipando le critiche che senz’altro non tarderanno ad arrivare da parte di quella frangia di pubblico che ritiene inopportuno ed irrispettoso un film sulla tragedia della nave Concordia. Rimaniamo quindi in attesa di ulteriori risvolti.
Per intanto, dal momento in cui stanno già trapelando “indiscrezioni da copione”, di seguito pubblichiamo quello che dovrebbe essere l’incipit del dialogo della scena centrale del film, scena probabilmente sostenuta dalla colonna sonora dei Carmina Burana del compositore tedesco Carl Orff e già destinata a divenire storica, e pietra miliare della moderna cinematografia.
-Schettino: comandante Schettino
-De Falco: ascolti Schettino ci sono persone intrappolate a bordo, adesso lei va con la sua scialuppa sotto la prua della nave-lato destro…..c’è una biscaggina …lei prende quella biscaggina e va a bordo della nave…e mi riporta quante persone ci sono…le è chiaro? Io sto registrando questa comunicazione comandante Schettino….
-Schettino: farfugliamento
-De Falco: parli a voce alta….comandante metta una mano davanti al microfono e parli a voce alta
-Schettino: comandante in questo momento la nave è inclinata….
(……)
La giornata della memoria.
Il concetto di memoria non può assolutamente essere messo in discussione, il concetto che la storia insegna, anche se un po’ retrogrado, neppure. È più che altro il concetto di <
Lo sterminio degli ebrei fa ormai parte del nostro immaginario collettivo, è stato catalogato come una delle pagine più oscure e tenebrose della storia moderna e contemporanea. C’è chi rimane stupito da quei 6 milioni di ebrei uccisi, chi dalle modalità di sterminio adottate dai gerarchi nazisti. Insomma inutile elencare i numeri abominevoli che hanno caratterizzato la vicenda. Altrettanto inutile sarebbe poi rifletterci, su questi numeri, per arrivare a rendersi conto che potrebbero essere i numeri di altri stermini che la storia, anche moderna, ha conosciuto. C’è un aspetto della Shoah, però, particolarmente eclatante. C’è un aspetto che ha allibito le generazioni che hanno guardato alla Shoah che avevano ormai alle spalle: sto parlando dell’istituzionalizzazione del male. Quello sterminio così sistematico e organizzato, così radicalmente strutturato e amministrato, come si struttura e si amministra un’opera pubblica, un ‘infrastruttura.
I gerarchi organizzavano modalità e procedure per lo sterminio degli ebrei, e i soldati eseguivano apparentemente senza difficoltà e rimorsi, ed è proprio questo che non riusciamo a concepire: il fatto che l’ordine istituzionalizzato abbia potuto prevalere sull’umanità di un’intera generazione. Scoprire che i sentimenti che noi riteniamo assoluti e propri di ogni uomo, che noi pensiamo vengano prima di ogni altra cosa (l’amore, la paura, la compassione), scoprire che possono essere deviati o addirittura snaturati dalle istituzioni è sconcertante. Si sapeva che un uomo può uccidere un suo simile per ubbidire ad un’ordine, non sapevamo però che può arrivare persino ad odiarlo perchè…queso gli viene ordinato.
Dopo la morte di sei milioni di ebrei, riflettendo, se avessimo dovuto riprometterci una cosa, non avremmo mai potuto riprometterci che non ci sarebbero più state guerre o stermini, questi esistono da prima che esista l’uomo e sono parte dell’uomo stesso. Ci saranno sempre e per sempre. Una cosa, però, avremmo potuto ripromettercela, ovvero che mai più l’istituzione sarebbe riuscita a deviare i nostri sentimenti più genuini. Mai più ci saremmo fatti suggerire chi amare e chi no, chi odiare e chi no, di chi avere compassione e di chi no. Questa promessa a noi stessi avremmo dovuto farla.
E invece eccoci qui: nel 2012 nulla è cambiato. È l’istituzione a dirci che c’è un giorno, e solo uno, delegato al ricordo: il 27 Gennaio. C’è quel fottutissimo 27 Gennaio. E in quel giorno bisogna ricordare, e ricordare gli ebrei, e non gli zingari e non gli armeni e non gli indiani d’America. In quel giorno la compassione è per gli ebrei e non per quelli morti nella prima guerra giudaica, ne’ nella seconda, tantomeno per quelli trucidati dal regime comunista, ma per quelli morti durante l’olocausto.
Una sola cosa avremmo dovuto riprometterci dopo il nazismo. Non l’abbiamo mai fatto. E ora ci risiamo.
